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monocromo:perchè in fondo al mare c'è solo silenzioun pesce di nome tracina
April 24 E' decisomi sono trasferito qui.
Questo blog resterà comunque aperto. Per cosa ancora non lo so.
Grazie, ci vediamo di là.
![]() [...do you like the beach, bitch?...]
March 17 Nell'angoloun grosso e vecchio tubo. Dipinto di bianco. Come la parete.
Sporco, di polvere.
Nove file di mattonelle. Bianche. Smaltate.
Ha l'aria di essere spesso, il tubo. E nel punto in cui sparisce dietro alle mattonelle è ricoperto di calce bianca.
Per quasi mezzo metro sembra ricoperto di panna montata.
Immagino lo stupore che proverei se il mio dito vi affondasse dentro. Per davvero.
Avrei il coraggio di assaggiarla quella calce di panna montata?
Oppure laverei subito il dito nel lavandino che sta lì di fianco?
Niente è più come era un tempo, in questo posto. Niente mi è familiare.
Il rumore di fondo che copre voci e rumori è scomparso. Sostituito dal sibilo che viene dall'alto del soffitto, tra i tubi.
Solo il disagio è lo stesso.
E la sensazione che l'acqua che esce da quel rubinetto sia sempre sporca.
E non lavi via nulla.
![]() February 16 Tu continueraia darmi del maschile anche quando avrò una quarta di reggiseno, mi dice ridendo.
Hai ragione -scusa- è che devo abituarmi, rido anche io.
Estremo come sempre nelle sue scelte. Anzi. Estrema.
Ci siamo rivisti con una scusa. Un libro. Non ti spaventare, mi aveva detto al telefono.
Ci salutiamo ridendo imbarazzati. Arrossisce sotto al trucco pesante. E anche io arrossisco.
Camminiamo.
E cerco di comportarmi come se niente fosse. Di non fare caso agli sguardi della gente. Delle ragazze, soprattutto.
Mi chiedo se anche io ho avuto lo stesso sguardo, incontrandoci.
E' già buio quando scendo dal tram. Quando mi volto per un ultimo saluto.
Ma non mi guarda. C'è qualcosa che mi turba nei suoi occhi. Qualcosa di remissivo che mi fa venire voglia di chiedere.
E che allo stesso tempo mi impone di tacere.
![]() [...I fell in love with a dead boy...] January 10 Non ricordonemmeno cosa stessi cercando. In piedi sulla scala che porta al ripostiglio. C'è sempre un odore acre là sopra. Di scatole chiuse e valige di cartone. E di colla rappresa.
La lampadina dondola urtata dal mio braccio. Le ombre si allungano e si ritraggono. Ritmicamente.
Rivelando.
Sembrano tendersi verso di me per poi tornare a nascondersi. E nel tentativo di afferrarne una, scorgo sul fondo una cesta di vimini. Di quelle fatte a mano. Grande. Ha la forma di un bidone.
Mi allungo più che posso cercando di raggiungerla. Sento tante piccole esplosioni sotto la pelle del mio corpo teso.
E' lì dentro che tengo i giochi della mia infanzia.
Troppo piccolo per alzarla di peso, la facevo cadere di lato e ne svuotavo il contenuto. E quel cadere ha un suono ben preciso nella mia testa.
Fatto di scricchiolio di vimini e di mattoncini da costruzione. Di macchinine e biglie di vetro.
Raramente mi ci nascondevo dentro. Nonostante la luce filtrasse da piccole fessure, era il percepirla piena di cose anche quando era vuota a spaventarmi. E poi non mi piaceva sentirmi respirare. Vedere e non essere visto.
Ne afferro il bordo tirando con forza. Deve essere pesante, penso.
Ma la stretta non trova resistenza e quasi cado all'indietro.
La cesta è vuota. I miei giochi non ci sono più.
E la mia mano incredula continua a toccarne il fondo ben intrecciato.
Cercando cosa, mi chiedo.
![]() [...and I miss your precious heart...] December 19 E mi succededi sentire le note di un piano. Mentre le lame scorrono delicate sul mio viso. Spero di guarire presto, penso.
Devo concentrarmi sui gesti.
Sui movimenti delle mani.
Sulle dita che tirano la pelle. E devo muovere piano la bocca. Per non sentire dolore.
Metto da parte il motivo che risuona nei miei pensieri. Troverò più tardi il tempo di ascoltarlo.
E mi succede di leggere poche righe. Mentre ascolto quel motivo.
E di piangere.
Come solo le persone innamorate sanno fare. Col sorriso sulle labbra. Senza bisogno di fingere nulla.
![]() [..it's like us, I'm spiralling..] Technorati ProfileDecember 04 Non hatoccato nulla di quello che ho lasciato in tavola. Una cena preparata con misurata fretta e condita di sensi di colpa.
Esco poco prima del suo rientro. Inquieto.
Con un pensiero che resta impigliato alla porta di casa. Un filo così lungo da poterne creare un prezioso tessuto.
In cui avvolgermi.
E soffocare.
Entro nella sala d'attesa e mi siedo. Non ho appuntamento.
Come sempre.
So già che mi riceverà comunque. Sono io questa volta, il suo senso di colpa.
Intanto aspetto. E non mi accorgo di due occhi liquidi che mi guardano.
Intanto aspetto. E penso che la segretaria deve avere una bella voce quando canta.
Intanto aspetto. E una mano ossuta mi si posa sul braccio.
Alzo gli occhi e lo sguardo si ferma sulla grande spilla appuntata sul petto. Un fiore di lapislazzuli.
Riconosco la donna che mi stava seduta di fronte fino a poco prima. Gli occhi erano i suoi.
Mi sorride. E le sue rughe con lei.
Eravamo cinque fratelli e il più piccolo aveva gli occhi azzurri, mi dice. La voce calma. Ascolto con attenzione.
Mia madre gli prendeva i capelli fra le dita, li arrotolava e gli faceva il boccolo, così lo chiamavamo. Ma anche sopra le orecchie, non solo sulla testa, mentre lo dice con una mano si sfiora le tempie.
I suoi capelli sono di un rosso sbiadito, raccolti in una crocchia. Le lenti dei suoi occhiali sono grandi.
Era quando gli americani erano arrivati a Cassino, era il '45 mi pare. Non c'erano le carrozzine come adesso, perciò mia madre metteva mio fratello 'ncoppa alla bicicletta e andavamo in campagna. Lì mio padre quando vedeva arrivare il piccolino conciato in quel modo si arrabbiava sempre - ma è un maschio o una femmina - diceva a mia madre e con la mano gli scompigliava i capelli. Forse mia madre voleva un'altra femmina e per questo lo acconciava così. E poi con gli altri fratelli ci si passava la roba, i vestiti, crescendo, anche perchè a quei tempi eravamo tutti poveri. Ma al più piccolo no. Mio padre non voleva. Lui doveva essere tutto preciso, dice imitando la voce del padre.
Mi scusi se le ho raccontato tutte queste cose, mi dice, ma quando l'ho vista entrare me ne sono ricordata, e con gli occhi ammicca ai miei capelli e sorride.
Non si scusi signora, anzi: grazie per avermele raccontate, le dico mentre si avvia verso la porta.
Silenziosa e attenta a non inciampare nel mio filo.
![]() [...and a thimble's worth of milky moon can touch hearts larger than a thimble...] November 24 Negli ultimigiorni mi chiede spesso se sono arrabbiato.
Non lo sono, le rispondo in tono arrabbiato.
Ieri sera ridevamo. Mi chiedeva un bacio.
Viene a darmi la buonanotte ma stavolta non se ne va subito. Si sporge sulla mia testa.
Che hai, mi chiede. Niente, le rispondo. Posso darti un bacio, mi chiede. No, rido.
Anche lei ride. Schivo una sua carezza. Ma che hai stasera, chiedo. Lo sai che ogni tanto mi prende così, mi dice.
Forse vorrebbe solo parlarmi.
Ma stavolta è diverso. Le risposte che vuole le ha già tutte. Senza bisogno di domande.
![]() [...and don't blame your mom for all that you've done wrong...] November 06 Mentreaspetto che il semaforo scatti rimprovero il mio ritardo. L'autobus da cui sono sceso riprende la sua corsa. Sistemo la giacca. Fra pochi giorni arriverà il freddo. E penso a te che di notte torni a casa a piedi.
Ogni minuto perso è un minuto di meno insieme. Aggrotto la fronte per questo pensiero che mi sembra così infantile.
Alzo di poco lo sguardo. Ho davanti lo stesso orizzonte che vedo dalle finestre di casa mia. Solo fisicamente più vicino, adesso.
Ed è limpido e prepotente.
Resto immobile a fissarlo e mi chiedo perchè.
Perchè un orizzonte così familiare, oggi mi sembra di una bellezza che non ha pari? Riesco a vedere il cuore di ogni cosa. Posso percorrere ogni sentiero. E fermarmi a salutare ogni albero. Abbracciandolo.
La mia fretta svanisce. I minuti non sono mai persi. Oggi il tempo non mi cura. Oggi il tempo mi fa crescere. Rende più forti le mie radici.
L'omino è diventato giallo. Gli sorrido attraversando la strada.
E lui sembra aspettare proprio me, prima di diventare rosso.
![]() [..smell of a stone fruit being cut and being opened..] October 16 Adessoconto fino a tre e si gira e mi guarda.
Uno.
Due.
Si gira.
E mi guarda.
Mi sorride e ci salutiamo. Di nuovo. Agitando la mano. Come due bambini. Poi la scala mobile lo porta giù. Resto ancora a fissarla per qualche secondo. Come se fosse la cosa più bella che abbia mai visto in tutta la mia vita.
Gli alberi coprono le luci della strada. Il marciapiede è quasi buio. Illuminato solo all'altezza del ristorante. Dove sono i tavoli all'aperto.
Un uomo e un bambino. Li fisso passando mentre mangiano. Non sono padre e figlio, penso.
Li vedrò il giorno dopo. Alla stessa ora. Nello stesso ristorante. Vestiti allo stesso modo. Ma in un tavolo diverso.
E il bambino mi guarderà.
Non vedo altro che il suo sorriso adesso. Non cerco altro che il suo sorriso adesso.
Scopro un nuovo profumo nel mio regno.
Chiudo la porta della mia stanza e ne respiro a pieni polmoni.
[...to call for hands of above,to lean on - wouldn't be good enough for me, no...] October 03 Di quelgiorno non voglio dimenticare quella mano che mi serra il braccio. Lo stupore. E la rabbia. Perchè sta stringendo anche il suo, di braccio. Del mio quasi non me n'ero accorto.
Dovete andare via, ci dice. O forse ce l'ha solo con me. Per un attimo penso che riesca a vedere quello che io invento. La mia corte di demoni. La paura. E ne ha paura.
E vedo la mia mano carezzargli il viso. I miei demoni non sanno del mondo che esiste - di te- di lui, sanno solo di me. Non possono farti nulla, non temere, è solo strano che tu possa vederli. Ma dalla tua hai quello che io non ho. La salvezza della follia.
Dovete andare via, ci dice. Adesso stringe più forte.
E vedo la mia mano chiudersi in un pugno. E colpire il suo viso. Lo vedo cadere. Io sopra di lui. Continuo a colpire. Ancora. E ancora. Colpire.
Sul suo viso una maschera. Di lacca rossa. E io voglio ucciderlo. Perchè ha violato il mio tempio. Mentre le porte erano aperte sul mio regno.
Ma le mie gambe tremano e gli chiedo di sederci. Non fa che scusarsi. E di cosa, gli chiedo. Non è mica colpa tua, dico.
Va tutto bene, mento. Ma credo lo capisca.
Io voglio restare. Vi prego fatemi restare.
M | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||